Come si costruisce un dialogo – tecniche di recitazione per il Cinema – regalo di Natale
Come preparare un selftape, come farsi ricordare in una scena.

Il primo nemico della credibilità è trattare i dialoghi come dialoghi.
Un dialogo non è una chiacchierata a due.
Ogni personaggio deve avere dentro un’intenzione, una volontà, un piano.
A livello recitativo questo significa:
- azioni/intenzioni per il corpo,
- sottotesto per il tono vocale (quella che io chiamo storia interna).
La vostra partitura fisica, tutto il vostro fare in una scena, deve essere una sequenza di azioni.
Nessun gesto senza un fine.
E almeno una di queste azioni deve avere un’importanza profonda per il personaggio e non mi interessa che non stia nella sceneggiatura (anzi meglio) perché gliela dovete trovare voi, è il vostro lavoro come attori.
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Il tono con cui consegnate le battute deve essere deciso da un sottotesto – una storia interna – che sia diverso dal significato letterale delle parole.
Il sottotesto non è il testo.
È altro dal testo. Per questo si chiama sotto-testo. Idem come sopra, il sottotesto non starà in sceneggiatura, lo dovete inventare voi e tenerlo dentro mentre recitate, farlo affiorare nel tono e nel modo in cui agite.
L’obiettivo narrativo di una scena è mostrare una tensione tra i personaggi: attrito, conflitto, qualcosa che tira in direzioni opposte.
Può essere positiva o negativa: un’attrazione amorosa è tensione tanto quanto un odio furioso. A livello recitativo, le trattiamo entrambe come tensioni.
Una scena ha senso di esistere solo se narra una tensione emotiva tra i personaggi che la abitano.
Questo è un principio base dello storytelling e, nel nostro caso, del cinema.
Non potete né dovete sfuggirne: se lo fate, verrà fuori una scena monotona, scontata, banale.
Non sedurrete nessuno e il vostro lavoro sarà stato inutile. Tempo perso.
In pratica, ogni volta che dovete preparare una scena:
- Non dovete pensare a nessun altro, solo al vostro personaggio.
- Decidete quali azioni farà, che cosa vuole ottenere, in accordo con quella che chiamiamo mappa della scena:
dove si svolge, a che ora, quali oggetti ci sono, quali azioni obbligate ecc. - Poi decidete il sottotesto mentale del vostro personaggio, che deve essere lontano dalla storia esterna della scena.
Il personaggio, dentro, deve sempre avere un’intenzione che cerca di spingere dentro la scena nonostante le battute, non grazie alle battute.
Il testo è un ostacolo da attraversare, non una stampella a cui aggrapparsi.
A livello di azioni, un escamotage utile è trattare gli altri attori come ostacoli da aggirare.
Per esempio: la scena è in cucina.
Il vostro personaggio vuole trovare una tazza per versarsi del caffè. Bene: gli altri nella stanza sono ostacoli da aggirare.
Se qualcuno interagisce con voi, o voi con loro, fatelo tenendo come obiettivo finale il vostro muovervi nella stanza per arrivare alla tazza.
Si procede trattando l’interlocutore come un ostacolo, non come un partner.
Non si collabora, si lotta.
È un concetto controintuitivo all’inizio, ma nella vita reale succede già, solo a intensità variabile.
Nel film questa caratteristica viene aumentata: il cinema ha bisogno di intrattenere, di farsi seguire, di sedurre.
Se non c’è tensione, il film muore.
Il dialogo è sempre un contrasto: più è contrastato, più è interessante.
Più riuscite a creare tensione, più la scena sedurrà lo spettatore.
Per il momento mi fermo qui: queste poche righe, se le prendete sul serio, vi danno già abbastanza da ribaltare il vostro modo di preparare un dialogo.
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Bonne chance
Claudio V.
